Una Vita, Un Cammino

Quando si guarda un quadro si apprende sempre un qualcosa di colui che lo ha realizzato. Una vita, un cammino attraverso il tempo e lo spazio che è personale ma diventa al contempo luogo per l’altro: una strada da percorrere, un invito a inoltrarsi in un mondo che fino a quel momento non era parte di sé. Ma anche la preoccupazione di cedere all’immagine che ci sta di fronte, di diventare un suo schiavo o adepto; o la paura di restare avvinto ma anche deluso, da ciò che si credeva potesse dirci e che non ha detto, o che noi non siamo, in effetti, riusciti a comprendere, perché altro era il parlare, altro era il linguaggio che non si è riusciti a decodificare... quindi il buio assoluto, il silenzio che si insinua nella mente e attraversa le viscere affrante, screpolandole ancor di più, spolpandole di quel poco che ancora diceva vita. Non è semplice guardare un quadro. Non è solo un mettersi di fronte. Bisogna saper parlare il suo linguaggio, ma soprattutto bisogna saper stare in silenzio, ascolatre e così conoscere, comprendere attraverso il silenzio stesso le nozioni base di una semantica a noi esclusa. L’arte di Giuseppe Palumbo è questo silenzio, è questo linguaggio. Materia, colore, segno che intrappolano l’osservatore nei loro cupi e frastornanti movimenti; nel loro intercedere come ritmi di una scala cromatico-musicale, le cui note giocano i suoni strappati della quotidianità. Segni esuli, vaganti nelle sconfinate praterie dell’essere, dove la sinfonia cede il passo alla rapsodia dalle mille luci, dalle innumerevoli pennellate, dai ghirigori che conducono alla esistenza variopinta e frammentata dell’uomo alla ricerca della modernità, seppur rivolto verso la nostalgia del ciò-che-precede-il-tutto. Davanti a un quadro di Giuseppe Palumbo si è così presi dal movimento continuo, dalla massa esplodente nei disparati colori, dai segni “nervosi” che cercano l’equilibrio per poter fermarsi e parlare, colloquiare del silenzio a cui anelano, e che lo ritrovano nell’occhio fisso dello spettatore che tenta di fermare il tutto, pur tuttavia felice che il tutto si muova lo innervosisca, lo infastidisca. L’arte è anche questo: fastidio, voracità, perplessità, tumulto, smarrimento... e altro ancora. L’arte è “astratta” sebbene non si “astrae” dal contesto in cui nasce, si forma e vive. Così queste opere “non-ferme” reclamano il nostro sguardo, il nostro interesse, la nostra voglia di comprendere: ci vogliono parlare. Ascoltarle può portarci sulla strada dello smarrimento e della frustrazione. Noi siamo quei segni dai vari colori (etnie, culture, religioni...), noi perennemente in movimento rischiamo di non incontarci mai; semmai di scontarci senza parlarci, senza capirci, senza vederci. Lottatori in un circo, come girovaghi in una fiera siamo assetati di incontro di comunicazione. Ma restiamo sempre lontani incapaci di unirci e di sfiorire, per rifiorire di colori vivaci. Giuseppe Palumbo vuole essere per i suoi “fratelli e sorelle” una sorta di aedo contemporaneo: il suo canto è sogno che si adempie tra le linee sinuose che divorano lo spazio dove lui le ha poste, lasciandole libere nei loro movimenti, nelle loro direzioni... alcune verso noi altre verso l’intorno. Oppure il fermo movimento della forma circolare: perfezione che annienta il perfezionismo e invoca qualcosa che va oltre la perfezione stessa. L’imprendibile, l’impalpabile, il perfetto. Ma anche qui il colore porta all’emozione dell’attimo che vogliamo trattenere per poi poter modificare, cambiare, manipolare. Il cerchio si chiude, pare dirci Giuseppe Palumbo. A noi solo l’interrogativo: dove ci troviamo: dentro o fuori?

Prof. Mario Cappelletti